Un afoso giovedì di maggio studi Lezioni sulla società industriale di Raymond Aron ma non studi veramente e la mattina dell'esame spegni la sveglia e ti riaddormenti.
Non è un gesto premeditato, non è neanche un gesto, è un gesto che non fai, un'assenza di gesto.
Rue Saint-Honoré si riempie di traffico, i negozianti tirano su le serrande e tu non ti muovi né ti muoverai di un centimetro. Non ti alzi, non ti lavi, non ti vesti. Non vai a scrivere su nessun foglio protocollo ciò che sai e ciò che pensi, ciò che bisogna pensare sull'alienazione, sugli operai, sulla modernità e il tempo libero, sui colletti bianchi e l'automazione, su Marx rivale di Tocqueville e Weber nemico di Lukàcs.
Il sole batte alla finestra ma la finestra è chiusa e tu non hai fretta.
Hai venticinque anni, bevi nescafé freddo e non prenderai mai la laurea perché qualcosa in te si è rotto.
Un uomo che dorme di Georges Perec è la storia di uno che resta disteso sul letto, guarda le crepe sul soffitto e scopre, senza sorpresa, che c'è qualcosa che non va in lui e cioè che non sa vivere.
La magnifica marcia è distrutta, non ha più illusione prospettica e mentre tutti vanno avanti lui diserta.
Eviterà le domande, mancherà gli appuntamenti, non aprirà più la porta, non aprirà più la posta.
Pensa a un altro che prima di lui a New York fece lo stesso: Bartleby, lo scrivano che non scriveva di Melville.
Se solo l'appartenenza alla specie umana non fosse accompagnata da quest'insopportabile frastuono, se solo i pochi, ridicoli passi avanti compiuti nel regno animale non si dovessero pagare con questa perpetua indigestione di parole, progetti, grandi partenze! Il prezzo è troppo salato per due pollici opponibili: questo mare di obblighi a non finire.
Durare è l'unica cosa che resta: aspettare, dimenticare; non agire, non lavorare. Azzerare. Proteggersi con un'atarassia apatica: imparare il silenzio, la solitudine, la trasparenza. Perdere tempo, tenersi lontano da ogni progetto: dormire giorni interi, andare al cinema. Lasciare disfarsi i calzini in ammollo. Leggere Le Monde riga per riga - le previsioni del tempo, le quotazioni in borsa - ciondolare. Nessun'agenda, solo un flipper e una cancrena. Che i giorni finiscano e il tempo scorra, che soltanto il sollevarsi della cassa toracica e il battito del cuore testimonino ancora del tuo paziente restare in vita.
Se all'inizio è fatica poi il torpore anestetizza. Vagare per Parigi come in un deserto isterico di ghisa, alla deriva. Sei un paria sonnambulo, un imbecille ectoplasma fantasmatico.
Sei libero come un topo ma ti svegli in preda al panico.
Poi c'è un giorno, dopo tanto, in cui guardi i marciapiedi allagati di Place Clichy e aspetti che spiova.
Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente. Non sei morto. Non sei impazzito. L'indifferenza non ti ha reso differente.
Eri solo, tutto qui.
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venerdì 4 marzo 2016
venerdì 3 gennaio 2014
Quel cane di Zola
Laurent cerca il cadavere di Camille all'obitorio e io non riesco a smettere di leggere Zola. Trentuno romanzi in trentasette anni, moli e pile di pagine ciascuno, e il primo dei propositi per il nuovo anno è leggerli tutti, subito.
Il pulp è facile al confronto.
La scuola naturalista avrà fatto fino in fondo il suo dovere nel momento in cui verrà messa fuorilegge in tutti i paesi del mondo, diceva Céline, e invece, oggi, il ritornello della descrizione ipertrofica del vero è diventato una formula buona per tenere chiusi i libri. Zola, che ha messo a leggere le bestie operaie di Montmartre, l'Omero delle fogne, incline al letamaio epico, il pornografo Michelangelo dello sterco che trasforma tutto in fango, uno di quei disgraziati che meglio sarebbe se non fossero mai nati. Quello che ha fatto della merda un'eversione letteraria, che se solo un altro ci si prova, neppure si avvicina.
L'Assommoir, che è il primo romanzo di Zola che ho letto, primo romanzo sul popolo che non menta e abbia l'odore del popolo, è la parabola di una bestia da soma, una sinfonia sinistra di Parigi, carnivora e edilizia, un romanzo cortese iniziato male, dove l'amore, se succede, è un idillio belato fra le ciminiere dei bassifondi, incorniciato in una bulimia centripeta di marciume, sbornie fatali, anomalie nervose, abiezioni, miserie nere, veleni, lesioni organiche, corna, coazioni, giallo sudicio dei crepuscoli parigini che mettono addosso una gran voglia di morire subito, tanto la vita delle strade sembra brutta.
Tirate via il naso dalle pagine ogni tanto, prendete fiato. Pensate a Dante e all'igiene dei dogmi; pensate ai lemmi del vocabolario come a inferni di dettagli. Guardate Zola, che li usa tutti, trascina in strada la letteratura e democratizza il mondo intero in un romanzo, raccontando la storia del primo che passa.
Adesso ho Thérèse Raquin fra le mani, un'isterica cresciuta nel letto di un malato, sepolta viva in una merceria, tranquilla solo se chiude gli occhi e s'immagina morta in una fossa. Zola ne studia le modifiche organiche pressate dalle circostanze, e a chi lo accusa di fare letteratura putrida risponde che l'accusa d'immoralità, in materia di scienza, non prova proprio nulla, perché lo studio sincero purifica tutto.
Con Zola mi è venuta la foga, lo bevo sotto ipnosi e mi dico Nanà è l'ultimo, poi smetto. Arriva il nuovo anno e io sto nell'Ottocento, col dubbio che sia una perdita di tempo voler sapere tutto di un mondo che non esiste più da così tanto.
Solo che appena inizio a leggere mi arriva uno che mi prende per mano e mi porta dappertutto, e io non riesco a lasciarlo finché non è morto.
Il pulp è facile al confronto.
La scuola naturalista avrà fatto fino in fondo il suo dovere nel momento in cui verrà messa fuorilegge in tutti i paesi del mondo, diceva Céline, e invece, oggi, il ritornello della descrizione ipertrofica del vero è diventato una formula buona per tenere chiusi i libri. Zola, che ha messo a leggere le bestie operaie di Montmartre, l'Omero delle fogne, incline al letamaio epico, il pornografo Michelangelo dello sterco che trasforma tutto in fango, uno di quei disgraziati che meglio sarebbe se non fossero mai nati. Quello che ha fatto della merda un'eversione letteraria, che se solo un altro ci si prova, neppure si avvicina.
L'Assommoir, che è il primo romanzo di Zola che ho letto, primo romanzo sul popolo che non menta e abbia l'odore del popolo, è la parabola di una bestia da soma, una sinfonia sinistra di Parigi, carnivora e edilizia, un romanzo cortese iniziato male, dove l'amore, se succede, è un idillio belato fra le ciminiere dei bassifondi, incorniciato in una bulimia centripeta di marciume, sbornie fatali, anomalie nervose, abiezioni, miserie nere, veleni, lesioni organiche, corna, coazioni, giallo sudicio dei crepuscoli parigini che mettono addosso una gran voglia di morire subito, tanto la vita delle strade sembra brutta.
Tirate via il naso dalle pagine ogni tanto, prendete fiato. Pensate a Dante e all'igiene dei dogmi; pensate ai lemmi del vocabolario come a inferni di dettagli. Guardate Zola, che li usa tutti, trascina in strada la letteratura e democratizza il mondo intero in un romanzo, raccontando la storia del primo che passa.
Adesso ho Thérèse Raquin fra le mani, un'isterica cresciuta nel letto di un malato, sepolta viva in una merceria, tranquilla solo se chiude gli occhi e s'immagina morta in una fossa. Zola ne studia le modifiche organiche pressate dalle circostanze, e a chi lo accusa di fare letteratura putrida risponde che l'accusa d'immoralità, in materia di scienza, non prova proprio nulla, perché lo studio sincero purifica tutto.
Con Zola mi è venuta la foga, lo bevo sotto ipnosi e mi dico Nanà è l'ultimo, poi smetto. Arriva il nuovo anno e io sto nell'Ottocento, col dubbio che sia una perdita di tempo voler sapere tutto di un mondo che non esiste più da così tanto.
Solo che appena inizio a leggere mi arriva uno che mi prende per mano e mi porta dappertutto, e io non riesco a lasciarlo finché non è morto.
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