Sylvia Plath ha nove vite da morire; si fermò alla terza solo perché non fu buona di farsi fuori alla prima. Passò la vita nell'insonnia, replicando i ricordi dell'infanzia, inadeguata alle aspettative adulte di una vita da massaia. Quando il dolore divenne forte i medici le prescrissero scariche elettriche e pillole, cancellandole la paranoia che le serviva per scrivere.
La leggo davvero solo adesso, mi faceva paura una che mette la testa nel forno.
Eppure lo so che dei poeti contano solo i versi, che non sono pazzi, fanno solo finta, e se poi non calcolano il pericolo e si uccidono pazienza. Per una consonante farebbero tutto, pure lo stupro, pure la morte. Magari non sopravvivono e ti deludono però non puoi sapere se avrebbero voluto essere salvati davvero. Giocare alla roulette russa con sei colpi in canna è questione di autocontrollo, non di annientamento.
Per quel che ne so, filmarsi mentre si va in pezzi, scrivere allucinati dalla febbre o come in una seduta psicoanalitica è una tecnica come un'altra. Perciò, anche se le sue Poesie hanno il taglio perpendicolare dell'ascia che schizza linfa e gronda lacrime, io ne studio la metrica.
Per uno che scrive ciò che conta è la costruzione, lo sforzo della manipolazione; e la capacità di usare il vocabolario per mappare il nostro cuore. Per descrivere la follia bisogna essere lucidi mica pazzi, sennò le metafore non centrano il bersaglio. Anche voi avrete pensato di farvi fuori un certo numero di volte ma non avete per questo vinto il Pulitzer.
Le poesie sono polvere - come tutto il resto - ma durano più di cento uomini messi insieme e sono in grado di consolarti quando sei triste. La follia - se esiste - è un medico che vuole adottarti e in cambio della sua protezione farti diventare come gli altri. Un raccontino svelto come Johnny Panic e la Bibbia dei sogni lo spiega benissimo: mi trovo in territorio straniero, il taccuino in mano e soltanto Johnny Panic a scaldarmi nell'era glaciale che mi circonda. Bisogna che acceleri la mia opera, non fosse che per neutralizzare l'azione dei dottori che vogliono condannarci tutti quanti al destino volgare della felicità e della salute.
Se Sylvia Plath accettò l'elettroshock fu solo per descriverne la corona di ferro e l'azzurro dei lampi, così che noi ne stessimo lontani.
Il cuore è un olocausto in cui cammino, che il mondo ucciderà e mangerà.
Mi sarei uccisa volentieri quella volta, in qualunque modo.
Mi tirarono fuori dal sacco, mi rincollarono pezzo a pezzo.
Se mi mettessi a scappare dovrei scappare per sempre.
Quelli che credono possibile scrivere un romanzo autobiografico dicono che La campana di vetro appartenga a quel genere. Come Sylvia, la protagonista è la più brava del college, vince borse di studio, ha vestiti bellissimi e a metà romanzo ha un crollo psichico.
Gli anni '50 le dicono di sposare un buon partito, lavare piatti e fare figli; lei invece vuole studiare, scrivere poesie e sposare un meccanico, al massimo.
Quando sei sposata e hai dei figli è come se ti avessero fatto il lavaggio del cervello e vai in giro come un'ebete, come una schiava di uno stato totalitario privato. Se avessi dovuto badare a un bambino tutto il giorno sarei diventata matta.
Per chi è chiuso sotto una campana di vetro, vuoto e bloccato come un bambino nato morto, il mondo è un brutto sogno. Capire dove stia la differenza fra una ragazza lobotomizzata e una che gioca a bridge - fra una ragazza psicoanalizzata, rattoppata, ricostruita, guarita e omologata, e una invece ancora integra - è però difficile. A conti fatti sembra che Sylvia voglia dirci che la vita, anche quando è disciplinata, non vale la pena di essere vissuta. Tutte le vite si muoiono, punto; la poesia è la sola resistenza emotiva in cui si sopravvive.
Dopo essere riuscita a farsi fuori veramente l'ex - marito le trovò i Diari e li pubblicò. Nella prefazione la definì un'alchimista, una primitiva, una maschera drammatica. Insomma, una donna niente testa e tutta istinto. Le distrusse gli appunti di molti mesi, perché non voleva che i figli, e noi, li leggessimo.
Così, per vendetta, mi piace pensare che in quelle pagine Sylvia Plath scrivesse quanto fosse stato stupido l'uomo che aveva sposato e che poi l'aveva tradita proprio mentre lei gli partoriva figli che le sottraevano tempo per scrivere.
Ci aveva visto giusto, in fondo, lei, dall'inizio.
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domenica 22 giugno 2014
lunedì 13 gennaio 2014
Il suo silenzio è un abuso e anche il tuo
Al liceo avevo un professore unto e grasso che non sapeva niente, a togliergli l'antologia da sotto gli occhi lo avresti visto perdersi. Lo chiamavo il maiale, ci scrivevo su dei racconti, e lo odiavo e lo odio come non odio nessuno.
Ci sono molte cose che non gli perdono - ignobili tutte allo stesso modo - una, per esempio, fu escludere dal programma tutte le donne che scrivevano, come se non ce ne fossero. Tre anni, e i Geni erano tutti maschi.
Se cercavi di immedesimarti in ciò che leggevi potevi essere Beatrice, o Laura, o Lucia, e basta, imparare a stare zitta, chinare il capo, ispirarti a Dio. Non ho mai letto così tanti libri sotto il banco come durante le sue ore, mi serviva a vendicarmi del ghetto in cui mi confinava e a colmare le lacune.
Il Maiale aveva il fiato guasto e, sì, era stupido ma non l'ho mai fatto così ingenuo da non riconoscergli la misoginia come una pratica didattica.
Anche questo è stato un modo di imparare, si cava del buono da tutto, io ci ho tirato fuori una biblioteca che sembra un gineceo furioso.
Là in mezzo, nella sua prigione, Emily Dickinson fa il vuoto.
Quando si reclude in casa a scrivere ha trent'anni, ripiega la propria esistenza in una stanza, senza buon senso, senza lettori, senza un soldo di diritti d'autore. Essere qualcuno non è una gloria e lei non sopporta di vivere come gli altri, a voce alta, così disobbedisce a tutte le regole del mondo perché il mondo non le basta.
Legge, anche se suo padre le ha proibito di farlo, mette la rabbia in versi strani, si dissolve nei pronomi, annulla lo spazio e il tempo, crede molto agli atomi e in Dio per niente. Sono terrorizzata - scrive - non vedo mai estranei e a fatica so cosa dico. L'altro giorno ho perso un mondo, qualcuno l'ha trovato?
I vicini di casa, che non l'hanno mai vista, la chiamano il Mito, e ne parlano come di uno scricciolo spietato vestito di bianco, un'asceta fantasmatica e radicale con un diamante nella testa.
Il suo intento, dietro le tende, è logorare le parole e svuotarle, sganciarle dal senso.
L'unica volta che si decide a chiedere il parere di qualcuno scrive Sig. T.W. Higginson, le mie poesie le sembrano vive?
Le tiene in un cassetto, sotto chiave come polvere da sparo, e vorrebbe bruciarle tutte prima di morire, darla vinta al silenzio completamente. Quando Allen Tate si trova a studiarla, anni dopo, gli sembra così intensa e pericolosa da meritarsi la forca.
In Italia le sue poesie arrivano con la guerra, un soldato americano le tiene in tasca mentre combatte.
Chi ha provato a leggerla ci ha visto dentro di tutto: una figlia rifiutata, un'amante abbandonata, una vergine sacrificale, una mistica, un'eccentrica, una lesbica, il nume tutelare di Che Guevara.
Ma più di tutto - lei - era il caos, un contratto col delirio, capace di passare a guado il dolore e scrutare il cielo con sospetto, senza mai sentirsi a casa nella vita o accettarne l'invito.
Ci sono molte cose che non gli perdono - ignobili tutte allo stesso modo - una, per esempio, fu escludere dal programma tutte le donne che scrivevano, come se non ce ne fossero. Tre anni, e i Geni erano tutti maschi.
Se cercavi di immedesimarti in ciò che leggevi potevi essere Beatrice, o Laura, o Lucia, e basta, imparare a stare zitta, chinare il capo, ispirarti a Dio. Non ho mai letto così tanti libri sotto il banco come durante le sue ore, mi serviva a vendicarmi del ghetto in cui mi confinava e a colmare le lacune.
Il Maiale aveva il fiato guasto e, sì, era stupido ma non l'ho mai fatto così ingenuo da non riconoscergli la misoginia come una pratica didattica.
Anche questo è stato un modo di imparare, si cava del buono da tutto, io ci ho tirato fuori una biblioteca che sembra un gineceo furioso.
Là in mezzo, nella sua prigione, Emily Dickinson fa il vuoto.
Quando si reclude in casa a scrivere ha trent'anni, ripiega la propria esistenza in una stanza, senza buon senso, senza lettori, senza un soldo di diritti d'autore. Essere qualcuno non è una gloria e lei non sopporta di vivere come gli altri, a voce alta, così disobbedisce a tutte le regole del mondo perché il mondo non le basta.
Legge, anche se suo padre le ha proibito di farlo, mette la rabbia in versi strani, si dissolve nei pronomi, annulla lo spazio e il tempo, crede molto agli atomi e in Dio per niente. Sono terrorizzata - scrive - non vedo mai estranei e a fatica so cosa dico. L'altro giorno ho perso un mondo, qualcuno l'ha trovato?
I vicini di casa, che non l'hanno mai vista, la chiamano il Mito, e ne parlano come di uno scricciolo spietato vestito di bianco, un'asceta fantasmatica e radicale con un diamante nella testa.
Il suo intento, dietro le tende, è logorare le parole e svuotarle, sganciarle dal senso.
L'unica volta che si decide a chiedere il parere di qualcuno scrive Sig. T.W. Higginson, le mie poesie le sembrano vive?
Le tiene in un cassetto, sotto chiave come polvere da sparo, e vorrebbe bruciarle tutte prima di morire, darla vinta al silenzio completamente. Quando Allen Tate si trova a studiarla, anni dopo, gli sembra così intensa e pericolosa da meritarsi la forca.
In Italia le sue poesie arrivano con la guerra, un soldato americano le tiene in tasca mentre combatte.
Chi ha provato a leggerla ci ha visto dentro di tutto: una figlia rifiutata, un'amante abbandonata, una vergine sacrificale, una mistica, un'eccentrica, una lesbica, il nume tutelare di Che Guevara.
Ma più di tutto - lei - era il caos, un contratto col delirio, capace di passare a guado il dolore e scrutare il cielo con sospetto, senza mai sentirsi a casa nella vita o accettarne l'invito.
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